sabato, 27 novembre 2004
ieri sera sono andato a sentire questa tribute band con le mie due sorelline.
spettacolari, bravissimi, fedeli all'originale, ma non schiavi, non delle repliche senza anima.

hanno fatto un repertorio splendido, quasi tutte le canzoni erano del lato dark e psichedelico dei Cure, evitando accuratamente tutte le deviazioni pop.

eravamo pochissimi, credo un sessantina (locale vuoto in pratica), ovvero un nocciolo duro di appassionati, quindi la scelta della scaletta ha sicuramente pagato.
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sabato, 27 novembre 2004
dedicata a chi so io. e lei lo sa, questo è importante.

’i think it’s dark and it looks like rain’ you said
I think it’s dark and it looks like rain you said
’and the wind is blowing like it’s the end of the
And the wind is blowing like it’s the end of the
World’ you said ’and it’s so cold it’s like the
World you said and it’s so cold it’s like the
Cold if you were dead’ and then you smiled for
Cold if you were dead and then you smiled for
A second.
A second.

I think I’m old and I’m in pain you said
’i think I’m old and I’m in pain’ you said
And it’s all running out like it’s the end of the
’and it’s all running out like it’s the end of the
World you said and it’s so cold it’s like the
World’ you said ’and it’s so cold it’s like the
Cold if you were dead and then you smiled for
Cold if you were dead’ and then you smiled for
A second
A second

Sometimes you make me feel like I’m living at
Sometimes you make me feel like I’m living at
The edge of the world like I’m living at the edge
The edge of the world like I’m living at the edge
Of the world it’s just the way I smile you said
Of the world ’it’s just the way I smile’ you said
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domenica, 21 novembre 2004
il pezzo che Dikoski chiama "perversione" è finalmente nato.

è una semplicissima progressione di tre accordi in progressivo aumento di distorsione-volume-violenza.

ho rotto anche due corde quindi, secondo le mie intenzioni riguardo questo pezzo, rasenta la perfezione.

signori, ci siamo.
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mercoledì, 17 novembre 2004
piinnnnnnggg

ps. vediamo chi capisce...
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lunedì, 15 novembre 2004
e alla fine l'ebbero.

la mente di Dikoski partorì il nome del progetto poetico-musicale:

ENTRAñA.

e dalla regia mi suggeriscono che in spagnolo significa:
indole. viscere. nucleo.

abbiamo finalmente battezzato questo figlio bastardo, figlio della poesia, della musica, del rumore, dell'inquietudine.

figlio di tre.
su come è nato abbiamo degli indizi non molto chiari, pure sul luogo del concepimento ci potrebbero essere dei dubbi: potrebbe essere mestrino, potrebbero essere i gradini del liviano, può essere un neurone malato.

chissà piuttosto come crescerà.

lunga vita a Entraña.
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giovedì, 11 novembre 2004
colonna sonora: Afterhours - Lasciami leccare l'adrenalina

sono felice come un bambino che sente aria di natale, tipo quando ti dicono che è ora di scrivere la letterina e sai che nel giro di alcuni giorni sarai -giustamente- ricoperto di regali:
qui piove, in montagna nevica, fa un freddo bestia e quindi tra poco si comincia a fare snowboard.
pendii immacolati di neve fresca da sverginare si aprono nella mia immaginazione.
e poi un tuffo a capofitto nel bosco, sperando di uscirne vivi anche questa volta.

quasi quasi il prossimo weekend mi metto a dare la sciolina sulla tavola così. giusto per riprendere i contatti, dare la cera su un'auto che hai tenuto in garage per alcuni mesi.

anzi, quasi quasi le faccio pure rifare le lamine.
sarà il suo ultimo anno, deve farlo da protagonista.
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giovedì, 11 novembre 2004
la Nausea.

Jean-Paul Sartre.
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lunedì, 08 novembre 2004
Ogni piacere ha il suo prezzo.

Il prezzo di una corsa a piedi nudi sulla battigia è un letto pieno di sabbia.

Andrea Pazienza
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sabato, 06 novembre 2004
- fatta la ninna nanna
- fatto anche il pezzo noise, che più che noise è post-rock in piena.

me ne vado a dormire contento.
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sabato, 06 novembre 2004
copio e incollo questo articolone sullo shoegazing, dal sito www.the-cure.it, l'autore è emanuele salvini.

La scena mai esistita
Il
neologismo "shoegazers", che non si trova in nessun dizionario di lingua
inglese per il semplice fatto che non ha un significato vero e proprio,
autentico, ossia sedimentato nel tempo da un uso consolidato, fu coniato
dalla stampa musicale britannica nei primi anni '90, allorchè alcuni
giornalisti "creativi" tentarono di definire una scena musicale che faceva
capo a delle bands che, pur non proveniendo dallo stesso background geografico
e sociale, avevano in comune certi elementi caratterizzanti che si possono
sintetizzare in questo modo: l'uso continuo e fragoroso dell'effetto feedback
di chitarra; un'attitudine originalmente psichedelica e niente affatto
derivativa rispetto ai colossi degli anni '60/'70; una capacità
innata e magniloquente di "centrifugare" nuovi percorsi di ricerca per
nuove sintesi di stili pop ed esperimenti ambient.

"Shoegazer" significa, alla lettera, "who gazes at his shoes", ovvero
"chi fissa le proprie scarpe", una metafora per descrivere una attitudine
del comportamento artistico e, più in generale, dell'estetica musicale
che prevede come temi cardine una solitaria introspezione confinata al
proprio micro universo, la ricerca di un punto chiave capace di universalizzare
questo particulare, la predominanza che non tarda molto a divenir
"vittoria" dell'estetica sull'etica, ed infine l'assoluta scomparsa di
qualsivoglia messaggio etico, politico, sociale dalle composizioni musicali
prodotte.

Passando dal filosofico all'artistico, possiamo tradurre così questa
sorta d'introduzione: le shoegazer bands dimostrano fin da subito classe
cristallina e magnetica, figlia di una tecnica chitarristica impeccabile
e brillante; esibiscono una predisposizione naturale per un uso deflagrante,
sorprendente e sapiente dell'effettistica della sei corde che, quando
non decàde a barocchismo fine a se stesso, raggiunge vette inesplorate
di sublime rapimento estatico/ipnotico; a supporto di tali mesmeriche
trame, creano un ordito lirico volutamente ermetico, vago e ondìvago,
misterioso, "psichedelico", anche se quest'ultimo non è il termine
appropriato per designare dei notevolissimi esperimenti poetici che rilucono
di valore solare per il suono soave - abbinato a grandi musiche - della
parola incomprensibile e decontestualizzata, frutto maturo di un'ispirazione
ricolma d'idee e non certo prodotto meramente chimico di sostanze nocive
assortite.

Con "vittoria dell'estetica sull'etica" si vuole esprimere questo: gli
shoegazers hanno tradotto amabilmente, nella forma consolidata e altamente
comunicativa della musica pop, un concetto cardine del Novecento (che
rappresenta forse l'idea fondamentale e basilare di una Weltanschaaung
dell'uomo in crisi): arrivati a questo punto della Storia, con questi
orrori, in questa tremebonda atmosfera da manicomio, dove la vita sociale
è fatta di una vacua tripartizione del giorno nei suoi elementi
costitutivi lavoro/televisione/letto (8 ore ciascuno), alla persona che
voglia ancora cercare di esistere in una dimensione espressiva ed autentica
non resta niente di più che ritirarsi nel proprio io, abbandonare
la politica e le sue immondizie, la socialità televisiva, la
religione derelitta: ecco allora delineato il regno metafisico prediletto
dalla musica pura degli shoegazers, l'"happy place" preferito dalle nuove
generazioni dell'art pour l'art, dove non esistono connubi compromissori
e degradanti con le entità terrene, lascive e ipocrite come quelle
con cui, nostro malgrado, dobbiamo quotidianamente convivere.

Antesignani
e maestri



Lo stile shoegazers, pur essendo
altamente originale e trovando nella propria ricerca melodica e lirica
i motori di una autentica produttività artistica, trova in certe
bands i propri genitori naturali, i propri avi, l'acqua vitale da cui
sono germogliati i fiori della nuova essenza introspettiva.

I Velvet Underground rappresentano
i maestri un po' di tutti, ed il mitico ensemble newyorkese di
Lou Reed e John Cale, con il suo abissale florilegio di innovazione, stile,
sperimentalismo tout court tenuto nei binari di una scrittura oscura,
evocativa, proto-ambient, rappresenta indubbiamente un punto cardinale
per i Nostri.

Lo
stesso dicasi per i primi Pink Floyd,
che con il loro rock psichedelico hanno creato i presupposti per una musica
metafisica, dilatata, situata entro una ipotetica quarta dimensione spazio-temporale:
capolavori come Astronomy Domine e Set the controls for
the heart of the sun sono stati cibo quotidiano per tutti gli shoegazers
più attenti.

I Byrds, nella loro ricerca equilibrata
e squisitamente melodica di una sintesi preziosa di pop music, country
e psychedelic sounds, hanno posto l'accento su una prospettiva estetica
scevra di impegno politico, in un'epoca i sixties di grandi cambiamenti
sociali: la loro influenza è profonda e maestosa.

Negli
anni '80, gli scozzesi Jesus & Mary Chain
del primo, seminale albo Psychocandy (1985), capeggiati dai bizzosi
e rissosi fratelli Jim e William Reid, hanno portato agli estremi la lezione
dei Velvet, strutturando la composizione sull'unico parametro costitutivo
del feedback chitarristico, adoperato con modalità iterativa, compulsiva,
ossessiva, decisamente terroristica: rumore bianco per ferire, anzi per
rivestire di veleno scarne ed essenziali canzoncine di musica pop. Il
loro feedback verrà abbassato di volume, equalizzato con più
attenzione e trasportato negli album degli shoegazers.

I Cocteau Twins, guidati dalla splendida
voce eterea di Elizabeth Fraser e dalla liquida chitarra amniotica di
Robin Guthrie, con i loro testi incomprensibili (perchÈ funzionali alla
musica partorita), sono stati a volte addirittura incasellati essi stessi
nel genere shoegazers anche se, essendo attivi fin dai primissimi anni
'80, hanno rappresentato una pietra miliare della contigua new wave. Possiamo
quindi dire che le tenui linee melodiche, il calibrato uso delle distorsioni
chitarristiche e la impareggiabile voce della Fraser hanno rappresentato
l'humus culturale dal quale è germogliato lo stile shoegazer.

Anche certi Cure andrebbero messi
nel novero dei gruppi antesignani, sia per la natura introversa del loro
talento lirico che per certi accenti psichedelici della loro musica, ma
qui ci fermiamo per motivi di spazio, e passiamo all'esame dei gruppi
propriamente detti "shoegazers".

I
gruppi fondamentali

My
Bloody Valentine

La cattedrale frequentata
unicamente da persone timide, e tanto solitarie da non avere nemmeno il
coraggio di sollevare lo sguardo dalle proprie scarpe, inizia ad affollarsi
verso la fine degli anni '80 quando incominciano a circolare alla chetichella
i primissimi oggi quasi introvabili singoli dei My Bloody Valentine
di Kevin Shields, eccentrico musicista bohemienne dai capelli lunghi,
portati sul viso. All'ascolto
del primo album Isn't anything (1988, Creation) tutti
capiscono subito che Shields Ë un genio: la sua musica perchè è
chiaro che gli altri del gruppo sono solo degni comprimari, con l'eccezione
della valorosa cantante Bilinda Butcher Ë sontuosa e magnifica nello sperimentare
con costrutto propositivo con rumore, elettronica, noise e punk, mentre
si perviene con la giusta alea ad un equilibrio instabile di ritmi
alla moviola e urticanti accelerazioni di chitarrismi psycho rock. Un
titolo come (When you wake) you're still in a dream può
considerarsi a tutti gli effetti un manifesto dell'estetica shoegazers,
con il suo accento posto sulla provenienza onirica dell'ispirazione creativa,
mentre le inflessioni morbose di Lose my breath, Cupid come
e No more sorry fanno apparire Shields come un novello Caronte
che conduce l'impavido ascoltatore in un inferno di riverberi, sconquassi
e rumori marziani.

Il meglio è espresso nella psycho-ballad All I need, tormenta
di neve alla moviola che diventa maelstrom ribollente di sogni tramutati
in allucinazioni, in una ridondanza incredibilmente riuscita di decadentismo
poetico e suggestioni visionarie tradotte sonoramente tramite percezioni
di deraglianti distorsioni tenute a malapena entro tempi dispari, sincopati,
inverosimili.

Il
disco non è opera a tutto tondo, ma il meglio deve ancora arrivare.

Passano quasi tre anni, e, sempre per la Creation di Alan McGee, esce
la magna opera Loveless, indubbiamente uno dei più
riusciti capolavori della nebulosa proveniente dall'universo dell'alternative
rock britannico, di certo uno dei migliori dischi di rock sperimentale
di tutti i tempi. Undici composizioni mixate senza soluzione di continuità,
dominate da un'ispirazione torrida e luciferina, dove le chitarre elettriche
si stagliano ieratiche e funeree su sampler e loop che danno un ulteriore
tocco di artificiosità psichedelica a canzoni già di per
sè estenuanti, che partono dall'elettronica, attraversano la supernova
rock e approdano nell'Itaca del mistero ambient. Il post rock è
ovviamente di là da venire, ma l'astrattismo sonico di Shields
è autentica progenie di molti stili di questi tempi, oltre a configurarsi
come cifra geniale di una mente folle e creativa come poche.

I pezzi monstre dell'albo sono le iniziali Loomer e Touched,
tipici standard del gruppo, e l'ermetica e astratta To here knows
when, oscillante tra movimenti electro-ambient, chitarrismi sconvolgenti
e ripetitività dub; ma non mancano anche simpatie house, esemplificate
nella conclusiva Soon, un pezzo dance dal ritmo in 4/4 ma assolutamente
psycho nello scambio di vedute tra la voce sommessa/commossa di Shields
e le diavolerie create dai suoi misteriosi marchingegni elettronici. A
mo' di completezza, aggiungiamo che di questo artista si ricordano anche:
un disco dal titolo esplicito, ma introvabile (Ecstasy and wine);
un'apparizione irritante (per la v.j. Christine) a MTV Europe, nel '92,
con in mano un videogioco... e, cosa che lascia più di tutte l'amaro
in bocca, una carriera finita nei meandri tortuosi e senza via d'uscita
di sperimentalismi sempre più inascoltabili. Di recente, le sue
uniche uscite sono state le buone apparizioni come special guest nei dischi
di Chemical Brothers e Primal Scream.

Sinceramente poco, molto meno delle aspettative prodotte da due dischi
sensazionali, memorabili e giustamente leggendari come Isn't anything
e Loveless.

Slowdive

La magia Slowdive,
promanata per incanto dalle sveglie menti di cinque teenager timidi e
pallidi, ha inizio nei primissimi anni '90 con tre folgoranti EP prodotti
in rapida sequenza per ispirazione bruciante e stellare: Slowdive,
Morningrise e Holding our breath sono già incanto
sonoro altissimo e magnifico, ben compendiato da Shine, brano che
diventa video di culto, ambientato tra un campo di fiori dorato ed una
spiaggia romantica, come in un quadro di Turner: sia video che musica
trasmettono rapimento estatico e sensazioni indefinibili, provocate da
giochi fanciulleschi di specchi col sole di mezzogiorno, falò accesi
sulla battigia di notte e movimenti chitarristici al ralenty, come in
un deja-vù da flower power.

L'onda
sonora Slowdive è paesaggio marino che diviene narrazione monografica
e al contempo universale di antichi misteri della Natura e dell'Uomo:
l'idea del Tutto sbuca da ovunque, la poesia delle liriche è sublime,
insuperabile, unica; l'ispirazione matura, smagliante e divina. Incredibile
per ragazzi che hanno appena vent'anni.

Non si può scendere nei meandri terreni della tecnica, nel parlare
di questa cult band, ma, se proprio lo si deve fare perché magari
potrebbe divenire oscura la descrizione - diremmo: la voce di Neal Halstead
è romantica, intrisa di pathos, arcana e magica, mentre i vocalizzi
umbratili di Rachel Goswell, eterei e misteriosi come se provenissero
da Atlantide, scivolano come gocce d'acqua marina sulla sabbia dell'oceano.
E' un'epigona dell'insuperabile Elizabeth Fraser, l'affascinante Rachel,
ma l'incanto perpetuo che riesce a creare con la sua voce è ottimo
di per sè, grazie all'originalità di una interpretazione
formidabile, sentita, proveniente dalle corde del cuore. Il feedback intrecciato,
sovrapposto e sovraccarico che le tre chitarre creano, sostanza del continuum
musicale, domina ovunque, ogni secondo della composizione, e talvolta
i riverberi creano un effetto talmente onnipervasivo da assomigliare a
tastiere e synth. Il feedback diviene allora esistenziale, cifra esperienziale
dell'uomo. Il grido di Munch diventa il feedback degli Slowdive,
la verità emerge, il colore che affiora alla mente è il
blu dei quadri marini di Picasso.

Il debut album Just for a day è già un capolavoro.
Il migliore disco shoegazers, indubbiamente.

Ritmi decelerati, quasi immobili; chitarre "ultra-effettate" e accompagnate,
qua e là, da violini in sottofondo... e poi le eteree voci dei
due leader (che in futuro si sposeranno, a suggellare un'unione artistica
eterna), a creare una stupenda musica per ambienti capace di emulare le
migliori opere di Brian Eno. Nove canzoni, nove poesie di romanticismo
post new wave, tra le quali brillano come gemme inestimabili: Celia's
dream, melodia soffusa progressivamente avviluppata da un vortice
di vento-feedback entro frasi d'amore semplici e dirette; Catch the
breeze, più triste e ombrosa, mossa da un vivido incedere
di basso, ove l'unione delle due voci diventa entità da iperuranio,
magia metafisica di fantasmi; Erik's song, strumentale ambient-noir
vicina al surrealismo onirico dell'Aphex Twin periodo On; Waves,
canzone simbolica dello stile Slowdive, con ritmi lentissimi a trasmettere
suggestioni marine, barche di poveri pescatori, reti abbandonate sulla
riva, appena bagnate da un oceano infinito, ancestrale, arcano.

Eguagliare un siffatto capolavoro è impossibile, ed infatti il
seguente Souvlaki ('93), seppur rappresenti
un lavoro di ottima fattura, non riesce ad elevare le sue buonissime composizioni
ai livelli stratosferici del debut album. La formula musicale viene resa
più acustica e meno elettrica e in certi brani interviene, di sua
spontanea volontà ("i ragazzi sono geniali", confida ad amici)
sua maestà Brian Eno. I brani da ricordare sono Alison,
posta in apertura, che finisce in un oceano fragoroso di vortici chitarristici;
Souvlaki space station, magistrale ambient-piece da sottoporre
ad estenuanti ascolti in virtù di inestimabili venature prog-dorate;
Dagger, che inizia a confrontarsi con il folk rock americano dei
grandi spazi (sarà questa materia di studio e elaborazione dei
futuri Mojave 3). Gli altri brani risultano piacevoli, ma non propriamente
memorabili.

L'avventura Slowdive finisce ingloriosamente con il terzo disco Pygmalion
('95), pastiche invero troppo pasticciato di isolazionismo poco ispirato
e pretenzioso, dal quale si salvano solamente la ipnotica Crazy for
you, dalla ripetitività ambient-dub, e Blue skied an'clear,
crescendo sublime di trame feedback-pervase che danno l'illusione
di essere per magia tornati ai tempi di Just for a day.

Dopo breve tempo Neil Halstead e Rachel Goswell si rifondano come
Mojave 3 e virano con decisione verso un pop acustico e malinconico dalle
dolci venature folk-country. I dischi che sforneranno saranno ottimi,
ma mai leggendari come quelli creati in gioventù.

Verve

Il quartetto d'Albione
che avrebbe venduto milioni di dischi con Urban Hymns, grande albo
rock del 1997, inizia il proprio percorso artistico nei primissimi anni
'90, con tre singoli di pregiatissima qualità ed un 33 giri A
storm in heaven, datato 1993 -che si situa sulle coordinate stellari
e sfuggenti dell'estetica shoegazers. Già dal secondo lavoro i
Verve abbandoneranno il soffuso e mesmerico flusso shoegazer per abbracciare
un rock a 360°, capace di inglobare soul, r'n'b e rock sixties come i
maestri Stones avevano fatto trent'anni prima.

Ciò non toglie che i loro primissimi lavori abbiano un valore assoluto,
frutto naturale del genio maledetto del vocalist Richard Ashcroft, del
chitarrista extraordinaire Nick McCabe, e della sezione ritmica "ipnotica"
elargita con nonchalance dal bassista Simon Jones e dal batterista Peter
Salisbury.

Il
12"All in the mind apre le danze, e la sua acerba ma già
splendente psichedelia viene irrorata dai due seguenti cult-singles Gravity
grave e She's a superstar: il primo
è un viaggio funereo e acidissimo verso le oscure lande allucinogene
già frequentate da Baudelaire, e viene impreziosito da una composizione
sacra come Endless life, che risveglia desideri dell'anima con
suoni magnetici, chitarrismi orientaleggianti e ondìvaghi, mentre
voci in sottofondo cancellano qualsiasi paranoia suggerendo che questa
b-side è masterpiece assoluto ("keep me alive/ and see me in everything/
I'm falling into the endless life"); il secondo Ë singolo esemplare dell'onda
shoegazer in quanto a virtuosismi chitarristici, sublimi accelerazioni
progressive, catarsi esistenziale assicurata dal singer-profeta Ashcroft:
canzone di rilievo assoluto (come il relativo video); mentre tuttavia
il lunghissimo viaggio della b-side Feel (10.41) non regge l'impegnativo
confronto con siffatti capolavori, e resta al livello di un piacevole
affresco di viaggio in una virtuale campagna assolata.

Il terreno è pronto per l'album di debutto, verso il quale tutti
nutrono enormi aspettative, ma l'attesa viene corrisposta solo in parte.
Vi sono composizioni piacevoli, ma il risultato finale Ë troppo compòsito,
il timbro della voce di Ashcroft Ë troppo "effettato" persino diverso
da quello dei precedenti singoli e l'unità del tutto si perde in
rivoli divergenti che alternano intuizioni folgoranti e manierismi troppo
compassati, alla fine un po' noiosi. L'album risulta alla fine buono,
e i momenti migliori sono il rock psichedelico, elettrico e nevrotico
di Slide away, l'hard rock da psichiatria di Blue ("gimme
something blue/ gimme something blue..."), i due singoli estratti; l'ambient
rock da brivido, inenarrabile e inafferrabile di Beautiful mind;
la chisura di See you in the next one (have a good
time), ballad finale con tanto di pianoforte inverosimilmemente melodico
sulla quale aleggiano fantasmi di follia pura e demoni infernali gravidi
di suicidi.

In
sostanza i Verve hanno rappresentato, per la scena shoegazers, un outsider
band dalla tecnica straordinaria, che, dopo aver aderito al rock psichedelico
teorizzato da questa scuola, ha deciso di visitare lidi più tradizionali,
pur mantenendo una ispirazione notevolissima e una capacità interpretativa
fuori dal comune come doti naturali assicurate con modalità folgoranti
dall'instabile/geniale coppia Ashcroft-McCabe.

I
due scioglieranno il loro connubio nell'estate del 1998, dopo il successo
planetario di Urban Hymns, quando milioni di fans sparsi in tutto il mondo
aspettavano già il follow up di quel capolavoro di cristallina
poesia classic rock.

Altre
stelle di una costellazione luminosa




face=Verdana,Tahoma,Arial,Helvetica>Un gruppo veramente alternativo
sono stati gli Spacemen 3, collettivo
"aperto" guidato dal genio Jason Pierce, il quale, tornato sulla Terra
a conclusione del suo viaggio astrale, inaugurerà la florida stagione
degli Spiritualized, abbandonando tuttavia i grandiosi esperimenti di
psychedelia lisergica dei suoi astronauti preferiti. Sonic Boom, altro
astroguru della band, virerà verso un'oscura avventura underground.
L'estetica Spacemen 3 Ë sintetizzata da Recurring, albo
del 1990: venature Doors e levigate ritmiche dance, ipnosi deviante e
ritmi alla moviola, in un florilegio impressionante di lunghissime divagazioni
di psycho-jazz della quarta dimensione. Da avere.

I
Sun Dial di Gary Ramon sembravano
destinati ad una splendida carriera, ma si sono persi nel grigiore anonimo
di dischi insignificanti e manieristi. Il loro periodo aureo è
testimoniato da Reflecter (1992), magniloquente testimonianza
di come una sintesi di chitarrismi ultra-effettati, linee di basso misteriose
e drumming scatenato possa sposarsi alla perfezione con una voce timida,
mormorata e incomprensibile come quella di Ramon. Maestri sommi dello
stile shoegazer, i Sun Dial di Reflecter custodiscono perle preziose
e di incomparabile bellezza come I don't mind, Easy for you e,
su tutte, la strumentale Tremelo. Dopo tale picco, si sono miserevolmente
persi in vacuità come Acid Yantra e altri lavori
senza capo nÈ coda.I migliori degli "incompiuti" sono stati
tuttavia i Chapterhouse, che sembravano
davvero avere il mondo in mano dopo avergli consegnato Whirlpool,
magistrale, magico e commovente debut-album del '91, foriero di melodie
penetranti e subliminali, effettismi rallentati e "psicologici", intuizioni
memorabili di bellezza neoclassica intrisi in un mare mesmerico di distortissimi
canoni lisergici. Album "commovente" per la bellezza pura, sentimentale
della copertina (un meraviglioso gatto addormentato), per la dolcezza
dei suoni espressi, per un bilanciamento astrale irripetibile tra forma
e sostanza, ispirazione e impeto, magia e tecnica. Quell'albo contiene
vette mai più raggiunte che rispondono ai nomi di Breather,
Pearl, Treasure, April e sopra tutte la leggendaria
Falling Down, trait d'union definitivo, storico e irripetibile
sulla scia di Stone Roses, Charlatans e Happy Mondays di dance music e
indie rock. I Chapterhouse del dopo Whirlpool si sono persi, come
i Sun Dial e i Ride, in dischi accademici e calligrafici, dove il sacro
fuoco dell'ispirazione decade a cenere fredda e inutile. L'unico lavoro
da avere Ë il singolo She's a vision , la cui title track
flirta con canoni decisamente commerciali sintetizzando base ritmica house,
chitarrette appena riverberate e cori femminili seducenti. Molto meglio
la b-side For what it's worth, che sembra presa di peso da Whirlpool.
Ma il disco serve solo a far capire che i Chapterhouse sono già
arrivati al capolinea, dopo una manciata d'anni di carriera.

Anche
i Ride, alla pari dei Chapterhouse,
hanno dato l'impressione di poter esplodere da un momento all'altro, ma
ai tre stupendi album iniziali non è susseguito nulla di diverso
da un'inesorabile depressione ispirativa, che ha condotto la band di Mark
Gardener ad un veloce e triste scioglimento. L'opera prima Nowhere,
datata 1990, fa intravvedere subito enormi potenzialità espressive,
che rielaborano con verve e nuove intuizioni la trenodia meditabonda dei
Velvet Underground accentuando vieppiù il lato intimista e psichedelico
di un guitar-pop da psichiatria. Sono, alla pari del primo Verve, canzoni
malate e malinconiche, che tuttavia introducono i progressi di Smile,
dove l'attitudine lisergica viene resa con spirito e tecnica più
autenticamente pinkfloydiani.

Going
blank again
face=Verdana,Tahoma,Arial,Helvetica>è il "difficile terzo album",
che risulta sia capolavoro raffinato di popedelia ricercatamente melodica,
espressa in c
face=Verdana,Tahoma,Arial,Helvetica>anzoni mature e meno nervose, che manifesto espressivo della
cosiddetta "blank generation", la generazione vuota (di valori e certezze).
Anthem come Leave them all behind e Twisterella prendono
e surclassano il tipico indie dance rock dei Charlatans rivestendolo di
nuove brillanti intuizioni, mentre tutto l'album è più solare
e diurno dei primi momenti della band. Anche per i Ride, tuttavia, i passi
successivi non condurranno nelle assolate strade dell'Empireo...

I Boo Radleys sono conosciuti dai più come una band albionica
abile nel coniugare con ottimo spirito interpretativo le lezioni di Beatles,
Byrds e Beach Boys, ma pochi sanno che i loro inizi di carriera sono suggellati
da tre dischi squisitamente shoegazers. Al primevo mini lp Ichabod
and I segue, nel '91, il monumentale Everything's alright
forever, concept album che si sviluppa in quattordici momenti
di pura feedback-emozione dove chitarrismi riverberati, voci mormorate
e melodie subliminali, appena visibili sotto una scorza velenosa di distorsioni
ripetute e romantiche, creano il quadro completo di un continuum
espositivo che trova in Does this hurt? l'apice di una torrida
esposizione rumoristica. Memorabile e impressionante.

Il seguente Giant steps inaugura il processo di normalizzazione
del Boo sound, ma anche qui, tra ritmiche dub, esperimenti assortiti e
pop più classico si trovano ancora buone perle shoegazers, come Leaves and sand e Lazarus.

Confinare un gruppo epocale come gli Swervedriver in questa cerchia sarebbe un delitto, anche perchè i riuscitissimi
esperimenti tra hard rock e pop psichedelico da loro lavori hanno avuto
un buon riscontro di pubblico, che ha permesso alla band di rastamen
di restare sulla cresta dell'onda underground per parecchio tempo. Alcuni
elementi del magnifico debutto Raise avvicinano però i nostri allo stile fin qui illustrato: oceani luminosi di chitarre fluorescenti
e distorte, la voce sommessa e appena bisbigliata, una attitudine innata
per intuizioni di psychorock memorabili da carpire con ascolti estenuanti. I
Cranes, seppur gotici e protetti da
Robert Smith in persona (supportarono i Cure nel "Wish tour" del 1992),
sono da associare a questa scena per gli aspetti più ridondanti
e barocchi della loro musica, e, se è vero che raramente produssero
un disco ascoltabile per intero vista la loro scarsa ispirazione e l'ancor
più ridicola presunzione è altrettanto vero che la loro Jewel, mixata da Smith e benedetta da un profumatissimo incenso
chitarristico stile Cocteau Twins, è una delle più belle
shoegazer-song in assoluto. Si trova su Forever Remixes.

Il glam rock degli albionici
Sweet Jesus sembra qui fuori luogo, ma la loro ostinazione
compulsiva nel voler costruire una canzone su tre soli piacevoli parametri
chitarra ultradistorta, drum
machine marziana e astratta, voce effeminata e un po' avulsa dal resto
li ha fin da subito avvicinati alla nostra scena.La loro parabola è sintomatica:
nel '92 sfornano tre EP (Phonefreak honey, Real Babe,
Albino Ballerina), non vendono nulla e si sciolgono. Un
vero peccato, perchÈ la voce glamour di Ben Bentley e i virtuosismi chitarristici
di Roy Priest hanno creato canzoni ottime:Your baby loves me,
Peach , la stupenda strumentale Baby Blue e la title track
Phonefreak honey I Lush, guidati dalla sex symbol dalla chioma rosso-shock Myki Berenyi, non hanno
mai reso secondo le aspettative iniziali, e alla fine questa band shoegazer
per eccellenza, ma in termini dispregiativi per molti non Ë andata al
di là di album carini ma anche un po' monotoni e noiosi. La loro
parabola si conclude malissimo: la band vira verso un pop ultra-commerciale,
il bassista si toglie la vita, il gruppo si scioglie. In questi giorni
esce una compilation che testimonia una sintesi dei loro (pochi) momenti
buoni.

Se volete misurarvi con la musica più inascoltabile che esista,
e magari pensavate che questa fosse il grind core, provate ad ascoltare A gilded eternity (1990) dei Loop: potreste cambiare
idea. Consigliato a misogini, asociali e amanti dell'isolazionismo.Loro
ce l'hanno fatta

Il primo lp dei Blur, Leisure,
era molto affine al pop psichedelico tanto frequentato dagli shoegazers.
Cosiccome certi momenti di Between 10th and 11th dei Charlatans.
Per un certo periodo anch'essi furono associati ai nostri perdenti
preferiti.

Alla
fine, però, loro hanno vinto... Emanuele
Salvini
emanuele.salvini@tin.it

DISCOGRAFIA
SELEZIONATA (1988-1996)

My
Bloody Valentine, Ecstasy and wine, Lp/Cd, ?

My Bloody Valentine, Isn't anything, Lp/Cd, 1988 Creation

My Bloody Valentine, Loveless, Lp/Cd, 1991 Creation



Slowdive, Holding our breath, 12"/Cds, 1991 Creation

Slowdive, Just for a day, Lp/Cd, 1991 Creation

Slowdive, 5 EP (In mind Remixes), 12"/Cds, 1993 Creation

Slowdive, Souvlaki, Lp/Cd, 1993 Creation

Slowdive, Pygmalion, Lp/Cd, 1995 Creation



Verve, All in the mind, 7"/12"/Cds, 1992 Hut

Verve, Gravity Grave, 7"/12"/Cds, 1992 Hut

Verve, She's a superstar, 7"/12"/Cds, 1992 Hut

Verve, The Verve E.P., Cds, 1992, Hut

Verve, Slide away, 7"/12"/Cds, 1993 Hu

Verve, A storm in heaven, Lp/Cd, 1993 Hut



Spacemen 3, Recurring, Lp/Cd, 1990 Fire



Sun Dial, Reflecter , Lp/Cd, 1992, Ufo

Sun Dial, Acid Yantra, Lp/Cd, Acme



Chapterhouse, Whirlpool, Lp/Cd, 1991 Dedicated

Chapterhouse, She's a vision, 12"/Cds, 1993 Dedicated

Chapterhouse, Blood music, 2 Lp/Cd, 1993 Dedicated



Ride, Nowhere, Lp/Cd, 1990 Creation

Ride, Smile, Lp/Cd, 1991 Creation

Ride, Going blank again, Lp/Cd, 1992 Creation



The Boo Radleys, Ichabod and I, Mini lp/Cds, 1990

The Boo Radleys, Everything's alright forever, Lp/Cd, 1991
Creation

The Boo Radleys, Giant steps, Lp/Cd, 1993 Creation



Swervedriver, Raise , Lp/Cd, 1991 Creation

Swervedriver, Never lose that feeling, 12"/Cds, 1992 Creation

Swervedriver, Mezcal head, Lp/Cd, 1993 Creation



Cranes, Forever Remixes, Lp/Cd, 1993 Dedicated



Sweet Jesus, Real babe, 7"/12"/Cds, 1992 Rough Trade

Sweet Jesus, Phonefreak honey, 7"/12"/Cds, 1992 Rough Trade

Sweet Jesus, Albino Ballerina, 7"/12"/Cds, 1992 Rough Trade



Lush, Gala, Lp/Cd, 1990 Reprise

Lush, Spooky, Lp/Cd, 1992 4Ad

Lush, Split, Lp/Cd, 1994 4Ad

Lush, Lovelife, Lp/Cd, 1996 4Ad



Loop, A gilded eternity, Lp/Cd, 1990 Situation Two



Blur, Leisure, Lp/Cd, 1991, Food



The Charlatans, Between 10thand 11th, Lp/Cd,
1992 Beggars Banquet

di Emanuele Salvini
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